Dove da qui #1 Ovvero: considerazioni su un mondo che cambia

Questa notte stavo seguendo su un altro blog una serie di botta e risposta riguardo “il problema immigrazione”. Si trattava di un blog americano, a riprova che se di problema si puo’ parlare e’ di certo un problema diffuso. Nei vari commenti si inseguivano posizioni estremiste nei vari sensi: c’era chi sosteneva la necessita’ assoluta di chiudere le frontiere e bloccare ogni immigrazione, chi invece sosteneva l’assoluto diritto dei migranti di raggiungere gli USA. Anche posizioni piu’ equilibrate, a mio avviso, fallivano nel tentativo di inquadrare il vero nocciolo del discorso.

Facciamo una piccola digressione.

A causa del mio lavoro mi capita di passare la maggior parte del mio tempo nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Ho colleghi da tutto il mondo, ma una gran parte della forza lavoro e’ composta da persone che provengono dall’India e dalle Filippine. Ho un buon rapporto con la maggiorparte di loro e mi capita di parlare molto di cose che esulano dal lavoro. Mi sono formato un quadro abbastanza preciso della vita dell’Indiano medio espatriato per lavoro. La maggior parte di loro fa turni che si attestano o sul 180/15 o 330/30, che significa che dopo sei mesi di lavoro, spesso con turni di 12 ore al giorno e con settimane di 6 giorni con mezza giornata la domenica, hanno diritto a 15 giorni di riposo, inclusi i viaggi per andare a casa. All’inizio accettavo la cosa pensando che siccome hanno condizioni di vita molto difficili anche in patria considerassero questa rotazione come un buon compromesso, col tempo ho imparato che e’ vero solo in parte. Conoscendo meglio queste persone ho scoperto che hanno una famiglia, magari la moglie e’ stata scielta dalla famiglia di origine… ma comunque queste persone hanno una casa a cui tornare, dei figli a cui cercano di garantire un futuro ed in generale affetti ed amici che li aspettano. Mi e’ stato spiegato che spesso in una famiglia (molto piu’ vasta di quella media Italiana) tutti fan dei sacrifici per permettere a uno di andare all’universita’ e prendere una laurea. Questa persona vien responsabilizzata a tal punto che studia come un rinnegato perche’ solo l’eccellenza potra’ ripagare i sacrifici di venti o trenta persone. La medesima cosa vale per coloro che emigrano e lavorano con turni durissimi in paesi del West Africa o del Medio Oriente: hanno un target e fanno tutto quello che e’ necessario per raggiungerlo.

I Filippini hanno piu’ o meno la medesima situazione e accettano situazioni molto difficili con spirito di sacrificio notevole, mandando a casa quel che guadagnano per concedere ai figli la possibilita’ di studiare a loro volta.

Nella mia Compagnia non ci sono Cinesi, o almeno sono in percentuale talmente bassa da non essere notati, ma la maggior parte delle imprese di costruzione in giro per l’Angola e’ Cinese… Hanno mura di recinzione alte almeno quattro metri sormontate da filo spinato attorno al “compound” dove vivono gli operai. I costi di struttura non sono paragonabili con nessun’altra azienda per alcuni motivi. Primo la forza lavoro e’ composta principalmente da galeotti che vengono a lavorare in Angola in cambio di sconti di pena. Secondo, all’interno delle mura di recinzione e’ Cina. Ho visto galline, qualche maialino e un bel po’ di capre: questo e’ il catering per la mensa e la mensa stessa mi e’ apparsa un paio di giorni fa. Un tizio era seduto vicino alla betoniera e stava rimestando un paiolo nero di fuliggine che bolliva su un fuoco acceso con pezzi di bancale. Dietro di lui una fila di operai con la gavetta in mano… ok, non e’ sempre cosi’, esistono anche situazioni differenti, magari per i dipendenti di piu’ alto grado, ma per la maggior parte della forza lavoro questa e’ la realta’.

Alla luce di quanto sopra pensate davvero che sia possibile “fermare” gli emigranti? Gente che e’ disposta a fare questi sacrifici pensate veramente che si fermera’?

A me pero’ viene in mente un’altra domanda: siamo ancora competitivi? Attenzione non nel senso caro a Marchionne o ad altri manager, ma in un senso molto piu’ profondo. Io ricordo i sacrifici fatti dai miei genitori e dai miei nonni per migliorare la loro condizione. Mio nonno e mia nonna hanno lavorato come bestie per costruire una casa dove crescere i loro figli, i miei genitori hanno fatto lo stesso e io sono in giro per il mondo perche’ ho un sogno, ma mi guardo attorno e vedo un sacco di persone che credono che la vita sia solo aspettare il sabato, avere due cellulari o fare una vacanza. Non voglio dire che la vita sia sacrificio, non vorrei mai che lo fosse, ma credo che si debba sempre vivere progettando altrimenti la vita stessa perde di significato, e i progetti richiedono scelte a volte coraggiose, altre difficili, ma in generale se si hanno dei sogni bisogna essere pronti a fare qualche sacrificio per poterli realizzare.

Annunci

4 responses to “Dove da qui #1 Ovvero: considerazioni su un mondo che cambia

  • elena

    Eheheh, ci commentiamo a vicenda!
    Allora tu fai due domande: è possibile fermare gli emigranti? No. Da che mondo è mondo la gente cerca il posto dove andare a stare meglio. E non sono certo i leghisti o i muri alle frontiere a fermarli.
    Altra domanda: siamo ancora competitivi? No. L’occidente è in piena decadenza. Siamo vecchi, obsoleti e senza scopi. Parlo di Europa,la vecchia Europa. Per non parlare dell’Italia, che ormai è come l’impero romano appena prima della caduta. Ma che ci importa? Tutto fa parte della storia e noi facciamo parte del mondo.

    • jgwolf

      Concordo con te che ci sia un generale senso di decadenza in tutto l’Occidente (ho stretti contatti anche negli USA e anche li hanno dei seri problemi). Penso che se avessimo un migliore senso del dovere e una maggiore capacita’ di capire gli altri gia’ potremmo fare un bel passo in avanti

  • Arturo

    Questo mi rammenta articoli di qualche tempo fa, dove si diceva che gli studenti orientali riuscivano meglio a scuola dei colleghi americani, articoli che ora troviamo paro paro nei nostri giornali.
    La motivazione fa miracoli.

    • jgwolf

      Avevo notato la medesima cosa, con alcuni colleghi americani capita spesso di parlarne. Adesso anche le cosiddette Universita’ d’Eccellenza cominciano a spostarsi verso est: alcuni professori di origine Indiana sono tornati in India perche’ pare che i processi di selezione in alcune delle loro universita’ siano i piu’ duri del mondo…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: