Fukushima, un occasione per riflettere #2

Ogni volta che si parla di nucleare chi si oppone al suo uso ne sottolinea la pericolosita’ sia delle installazioni sia delle scorie, chi e’ a favore si spende in panegirici sulla sicurezza intrinseca dei reattori e sulla possibilita’ di stockare le scorie per periodi imprecisati, comunque molto lunghi dentro strutture di cemento armato o nelle minere di salgemma. Un’altra freccia all’arco di chi sostiene le centrali nucleari sembra essere la non affidabilita’ delle fonti rinnovabili. Quasi tutti quelli con cui ho parlato affermano che il sole splende solo di giorno e non tutti i giorni (affermzione quantomeno ovvia…) e che noi abbiamo bisogno di energia sempre e non solo qualche volta.

Non voglio entrare nel merito della sicurezza passiva della famiglia di reattori cosiddetti di quarta generazione, per altro non ancora disponibili, ma mi piacerebbe parlare un po’ delle alternative pulite all’atomo e vorrei poterle considerare come una serie di possibilita’ che si integrano l’una nell’altra fino a generare un concetto diverso e nuovo di produzione di energia. Quando pensiamo ad una centrale elettrica di solito ci immaginiamo una struttura piu’ o meno grande con all’interno enormi generatori che producono ciascuno svariati megawatt. Quest’immagine dovrebbe essere sostituita dal concetto di produzione distribuita di energia elettrica: non piu’ una grande centrale che produce tutta l’energia che una citta’ consuma, ma la citta’ stessa che produce l’energia di cui ha bisogno. Il concetto e’ assolutamente rivoluzionario nel senso che richiede di ripensare il modo di costruire con una spiccata attenzione all’economia dei consumi (isolamento delle pareti, delle coperture e delle superfici vetrate, esposizione corretta dell’edificio per ricevere la maggior quantita’ possibile di radiazione solare. I tetti stessi dovranno essere inclinati in maniera da ottimizzare l’esposizione e da far scivolare facilmente la neve dai pannelli, sia fotovoltaici sia termici. Non potranno piu’ esistere pannelli montati sui tetti, ma tetti in cui le tegole saranno sostituite da pannelli per sfruttarne tutta la superficie. L’illuminazione dovra’ essere affidata a lampade a led, ma la dimensione e l’esposizione delle finestre dovra’ essere pensata per ottimizzare lo sfruttamento della luce diurna.

Il riscaldamento dovra’ essere affidato a sonde geotermiche e pannelli solari termici. Dove possibile si dovra’ applicare la cogenerazione di energia elettrica e calore con centrali a biomasse. Le caldaie dovranno essere come minimo a condensazione.

Non ci si potra’ affidare ad una sola tecnologia, ma si dovranno integrare diverse tecnologie a seconda della disponibilita’, bisognera’ sfruttare il vento, il sole, le maree, le correnti marine e fluviali, ma soprattutto bisognera’ porre l’accento sull’efficienza energetica e sulla capacita’ di riciclare piu’ volte le risorse. Non possiamo piu’ permetterci l’usa e getta, ma dovremo copiare la natura con attenzione fino ad arrivare ad integrare al massimo la nostra societa’ con l’ambiente che ci circonda. Il concetto stesso di scarto non potra’ piu’ essere lo stesso, ma dovremo cominciare a considerare gli scarti come una risorsa per reiniziare il processo cosi’ come le foglie morte del sottobosco rientrano nel ciclo attraverso le radici dopo essere state macerate e in qualche modo digerite dai batteri che popolano il suolo.

La strada per uscire dalla situazione odierna consiste nell’integrazione tra coproduzione di energia ed efficienza energetica con una seria politica di risparmio energetico, di certo non nel concentrare in pochi punti svariate tonnellate di matriale radioattivo per far bollire dell’acqua e far girare una turbina…

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