Crisi in salsa Islandese

Islanda in vendita, 2,1 miliardi di dollari

L’Islanda è stato uno dei primi paesi ad affrontare la crisi del debito: nel 2008 le tre banche più importanti del paese (Landsbanki, Kaupthing e Glitnir) fallirono, aprendo un buco di 100 miliardi di dollari.

Stiamo parlando di un paese di 320.000 abitanti, quindi il debito procapite superava i 300.000 dollari, rapportato all’Italia corrisponderebbe a un debito pubblico di 15 mila miliardi di dollari, diciamo 12 mila miliardi di euro (OK, dateci tempo e ci arriveremo), il tutto prodotto da 3 banche 3. La prima risposta data dal governo islandese è stata quella di tamponare il buco che la crisi stava causando nei bilanci dello stato ricorrendo a prestiti, tra cui uno del FMI (i 2,1 miliardi di dollari della foto). Ioltre il governo accettò di accollarsi il debito del fondo Icesave, e di restituire a Gran Bretagna e Olanda (che avevano garantito i loro investitori nel fondo) 5,5 miliardi di dollari. Sotto la spinta della rabbia popolare il presidente Olafur Grimsson rifiutò di firmare la legge, e indisse un referendum.

Gli islandesi votarono con una valanga di no, ribaditi in un secondo referendum, subirono ricatti e minacce e videro il loro rating ridursi a poco più che spazzatura da parte di Moody’s e Standard & Poor’s, che peraltro assegnavano all’Islanda la tripla A sino a poco prima del crollo, ma tennero duro e non pagarono.

Ora gli islandesi stanno riscrivendo la costituzione, allo scopo hanno eletto 25 persone che dovevano avere due requisiti: l’appoggio di almeno 30 cittadini e nessuna appartenenza politica presente o passata, il tutto avviene via internet, con i suggerimenti della popolazione che vengono accolti e commentati.

L’economia ha attraversato una fase buia, ma ora si sta riprendendo, e ora il paese ha imboccato nuovamente la strada della crescita. Certo la ricetta economica islandese non potrà essere applicata a tutti ipaesi, ma la cacciata di un’intera classe politica sì, quella sarebbe da fare, e senza di quella non si va da nessuna parte.

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7 responses to “Crisi in salsa Islandese

  • gracekellykitchen11

    Bravi, e coraggiosi! 😉 Gli istituti di rating andrebbero aboliti, da quello che si è visto, non servono a nulla, se non a ricattare gli stati imponendo, nella maggior parte dei casi, misure che servono moltissimo non tanto ai cittadini quanto ai finanziatori degli istituti di rating..

  • Sard0nico

    Quello degli istituti di rating è un discorso complicato, di fatto però si sono trasformati in direttori d’orchestra invece di rimanere osservatori “imparziali”. In pratica dirigono il mercato non in vitù di quel che osservano ma a seconda di dove decidono di mandarlo…
    In definitiva poco prima del crollo l’Islanda aveva un rating altissimo subito dopo era spazzatura… ognuno può tarre le suo conclusioni da questa semplice constatazione.
    In effetti gli USA hanno una tripla A e sono sull’orlo del default…

  • Anacho

    Per la cronaca i cinesi si sono fatti la loro agenzia di rating, la Dagong Global Credit Rating, adesso manca quella europea e poi siamo a posto, ciascuno avrà la sua e saranno tutti contenti, alla faccia della serietà,

  • gracekellykitchen11

    beh, anche le società di auditing seguono lo stesso spartito… pensate a parmalat!!! 😉

  • jgwolf

    Mi domandavo: ma con chi viene contratto, originariamente, questo benedetto debito pubblico?

  • Sberla

    Bravi non tanto, dal momento che hanno fregato 5,5 miliardi di dollari di risparmi agli inglesi/olandesi, molto coraggiosi perché si son fatte guerre per molto meno…

  • Anacho

    In effetti sarebbe ora di finirla di privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, inglesi e olandesi dovevano saperlo che prestare soldi alle banche islandesi, con la sovraesposizione debitoria che queste avevano, era rischioso.
    Un po’ come prestare soldi alla Grecia, se un domani… anzi, quando un domani la Grecia fallirà ci arrabbieremo perché non li rende?

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