La Belva, prima parte

Ho sempre desiderato scrivere un racconto che iniziasse con “C’era una volta…” e qualche giorno fa mi son detto “hei, hai un blog: scrivi qualcosa e pubblicalo li!” Quel che ne è uscito è un po’ troppo lungo per un post solo, quindi ho deciso di pubblicarlo in tre parti… quindi: via col “C’era una volta”!

 

C’era una volta un paesino stretto tra mare azzurro e colline verdi con montagne altissime che lo proteggevano e prati in cui pascolavano mucche e pecore. Nel paesino vi erano antichi palazzi ricchi di affreschi e statue e la piazza del paese riluceva di antiche glorie. Era proprio un bel paese! I cittadini erano forse un po’ chiusi, vuoi per via delle alte montagne e del mare che li circondava e vuoi perchè da sempre avevano trovato difficile l’accento dei loro vicini. La piazza però era sempre piena di commercianti che arrivavano da ogni dove attraversando mari e montagne per venire nel paesino a vendere le loro mercanzie. Oltre alla merce portavano notizie di mondi lontani con diverse culture e diverse montagne a circondarli. Un giorno un mercante più chiacchierone degli altri raccontò di una Belva che si aggirava tra le montagne e che sapeva anche attraversare il mare a nuoto: ogni distanza è per lei come una passeggiata per gli uomini, così diceva il mercante. Raccontò di come molte persone per bene venissero divorate dalla Belva e come chi sopravviveva all’esperienza di averla incontrata lungo la strada perdesse interesse ad ogni attività che precedentemente l’interessava.

-In una città oltre i monti- raccontava – un fabbro stimato e bravissimo ha incontrato la Belva in un giorno della scorsa primavera. Dicono che sia riuscito a sfuggire a morte certa, ma la sua mente ne è rimasta compromessa a tal punto che ora riesce a lavorare solo su progetti semplici e non ne vuol più sapere di impegnarsi in quel che prima gli riusciva così bene e che gli garantiva un alto profitto.- Così dicendo estrasse un pugnale dalla lama di acciaio temprato e con l’impugnatura cesellata finemente. – ecco, vedete?- chiese mostrando il pugnale- questo era il suo livello prima di incontrare la belva immonda- Parlava e parlava, ma meglio di lui riusciva il lavoro del fabbro a convincere chi lo ascoltava. L’impugnatura era meravigliosa con la guardia cesellata con scene di caccia tanto reali da aspettarsi che il cinghiale rappresentato saltasse fuori dal metallo per sfuggire alla lama del cacciatore. – All’inizio dell’estate sono stato al suo villaggio- riprese il mercante – e non potevo credere che il fabbro che vidi fosse il medesimo artista che forgiò questa bellezza. Ora al massimo riesce a forgiare semplici lame per gli aratri dei contadini del villaggio. Ve lo doco io, si è forse salvato dall’incontro con la Belva, ma la sua mente è perduta per sempre.-

Così raccontava e le sue parole giunsero ai maggiorenti del villaggio che si spavenatrono alquanto. Decisero quindi di riunirsi e prendere delle misure urgenti per fronteggiare la minaccia che incombeva. I legulei, che non mancano mai al cospetto dei potenti, proposero una legge che impedisse a chiunque di discutere della Belva in luogo pubblico, per evitare di diffondere il panico. Dopo lunga discussione si decise che era cosa giusta e venne subito emanato un editto che ingiungesse a tutti i cittadini il divieto di porre domande riguardo alla Belva e che i mercanti che giungevano dovevano impegnarsi a non dire nulla. Il Borgomastro fu subito soddisfatto della soluzione e guardò il suo Guardasigilli con espressione già più rilassata. – Vedrai che così la Belva si dimenticherà di noi- disse con la sua voce bassa-  e potremo continuare la nostra vita tranquilla.-

Come è stato o come non è stato la Belva non si dimenticò di loro e un giorno un taglialengna arrivò in paese con l’aria completamente stralunata e cominciò a parlare in una lingua sconosciuta a tutti. Dopo poco anche alcuni contadini presentarono segni del contatto con la Belva. I maggiorenti si riunirono ancora e uno di loro, aziano e rispettato propietario di un grande frutteto disse che i suoi contadini si rifiutavano di lavorare nei frutteti più lontani dal villaggio e che altri avevano cominciato a mostrare segni inequivocabili: avevano visto la Belva e non erano più loro. Il consiglio dei maggiorenti discusse per ore e alla fine deliberò che si sarebbe dovuto istituire un bando per trovare qualcuno capace di addomesticare la Belva una volta per tutte e se non fosse stato possibile addomesticarla la si sarebbe dovuta abbattere senza indugio.

Si presentarono in tanti, ma nessuno tornò mai. Cominciò a diffondersi la voce che la Belva fosse un lupo enorme, altri dissero che era un leone, qualcuno addirittura disse che era un drago, ma in effetti nessuno sapeva esattamente cosa fosse la Belva. Provarono ad interrogare i sopravvissuti, ma le loro spiegazioni erano incomprensibili e aumentarono ancora di più il panico dei cittadini per bene del bel paese stretto tra mare e montangne.

Un giorno di presentò un cacciatore di draghi. Nessuno sapeva dell’esistenza di cacciatori di draghi perchè si pensava che si fossero estinti assieme ai draghi, molte generazioni prima. Ora, questo cacciatore parlava poco ma si presentò ai Maggiorenti mostrando le sue armi e la sua corazza fatta di vere scaglie di drago. Siccome nessuno aveva mai visto un drago non so bene come potessero essere sicuri che non fosse fatta con tanti gusci di tartaruga messi assieme, ma sta di fatto che il capo dei maggiorenti della città fu lesto a presentare il cacciatore di draghi come autentico e la sua corazza come una vera corazza di drago. Le persone per bene del bel paese stretto tra montagne e mare furono felici di avere un siffatto campione pronto a difendere la loro tranquillità dalla minaccia della Belva che nel frattempo mieteva vittime a tutto spiano. Quel che era strano era che tutti tornavano, ma tutti eran cambiati e nessuno capiva quel che dicevano. L’ultima vittima fu il figlio del fornaio: avvenne in mattino limpido di fine estate. Era andato nel bosco per far legna per alimentare il forno del padre e quando tornò diceva cose strane. Il padre era disperato e la madre non faceva altro che piangere. Il fornaio lo guardò negli occhi e cercò di capire qual che diceva, con tutto l’amore di cui era capace e ad un certo punto lo capì. E parlarono, parlarono per tutta la notte, come padre e figlio dovrebbero fare più spesso e poi andarono dalla madre, che subito fu spaventata dalla strana lingua che udì ma anche lei ascoltò grazie all’amore che la legava al figlio ed al marito. Ascoltò e cominciò a capire…

A domani la seconda parte…

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