Storia di una casa in Bioedilizia, cioè della mia casetta, parte prima

Lavoro sempre piuttosto sodo, ma se una volta avevo un “pensiero positivo” che mi accompagnava, da un po’ e per mia scelta, non c’è più. Adesso passo i momenti liberi dei due mesi di turno a pensare alla mia casetta, ai sogni che l’hanno fatta crescere e all’impegno che l’ha trasformata da un progetto alla realtà.

E’ esattamente di questo progetto che vorrei parlare.

Nel 2002 vivevo in Norvegia e per la prima volta in vita mia mi son trovato a vivere in una casa costruita con criteri di bioedilizia.

Ovviamente in pieno stile norvegese, a pochi passi da un fiordo e con un piccolo giardinetto. Il riscaldamento era a pavimento radiante, il palquet era semplice e non erano state usate colle con additivi chimici, ma solo ad acqua. Soprattutto in un inverno da 15 gradi sotto zero era calda ed accogliente. Nonostante non sia stato per nulla un periodo facile ne ho un buon ricordo, legato alla Norvegia, alle persone che ho incontrato e anche alla casetta bianca che vedete nella foto. Stavanger rimane una città piacevole, anche se onestamente un po’ cara e un po’ troppo piovosa, ma nonstante il clima le pareti composite in legno mi hanno tenuto veramente al caldo durante il mio primo inverno in Norvegia. Ricordo ancora bene la strada che ogni mattina facevo per andare in ufficio e ogni volta che il tempo lo permetteva sfruttavo le onnipresenti piste ciclabili. Devo ammettere che i Norvegesi usano la bici anche se piove, sono sempre ben attrezzati e i pedaggi sulle strade principali scoraggiano l’uso dell’auto privata. Già allora poi la benzina era gravata da un mare di tasse e quindi autobus e bici erano i mezzi di trasporto preferiti. A completare l’opera bisogna considerare che in città la precedenza è sempre dei pedoni o dei ciclisti, quindi ci sta anche che muovendosi in bicicletta si arrivi prima da un capo all’altro di Stavanger piuttosto che con l’auto…

Comunque già allora pensavo che sarei tornato presto o tardi in Italia e avrei ripreso a lavorare “in turno” tra estero ed Italia. Non volevo però perdere proprio tutti i vantaggi a cui mi ero abituato in Norvegia. Non sarei di certo riuscito a portarmi le piste ciclabili (ma quando lo capiranno i nostri amministratori che le città sono al collasso e che solo una mobilità sostenibile potrà salvarci?…), però la casa in bioedilizia era qualcosa che avrei potuto di certo adattare al modello Italiano.

Nel 2003 mi sono trasferito… ma non in Italia, bensì ancora più a nord, a Trondheim e quell’inverno rimane il più freddo della mia vita, però con le più belle aurore boreali che io abbia mai visto. Ricordo ancora la faccia che fece la mia compagna di allora quando le vide nel cielo invernale sopra Stjordal . Ancora non so se si trattava di paralisi da congelamento dovuta ai 23 gradi sotto lo zero o puro stupore 😉

Ad ogni modo anche a Stjordal abitavo in una casetta con struttura in legno e pareti composite, sempre in legno. Con il riscaldamento al minimo giravo in casa in pantoloncini corti. Ammetto di non essere proprio un freddoloso, in effetti andavo a correre tutti i giorni senza avere grossi problemi, ma in casa avevo tranquillamente 23 gradi, a volte anche 25, senza dover alzare il riscaldamento. Le finestre poi avevano un sistema particolare per far scambiare l’aria esterna con quella interna mantenendo il più possibile il calore all’interno della casa. In pratica l’aria interna passava attraveso un sistema di scambiatori e cedeva il calore all’aria che entrava… saranno vichinghi, ma non sono per nulla scemi!

Purtroppo non ho foto di quella casetta, ma era decisamente carina e ho alcuni bei ricordi legati soprattutto alle amicizie che ho fatto nella locale squadra di Judo e alla presenza della mia compagna, con tutti i sogni annessi…

In quel periodo ho cominciato assieme a lei a mettere nero su bianco il progetto della casetta che avremmo costruito una volta in Italia, era il 2004 e avevo bisogno di progettare…

Le linee guida erano semplici: doveva essere in bioedilizia, semplice, funzionale, con i pannelli solari termici per produrre acqua sanitara e riscaldamento, caldaia a condensazione, il massimo isolamento termico possibile essere open space e avere un soppalco…

Con queste semplici idee in mente ho preso un foglio bianco ed una matita e ho comiciato a tratteggiare il perimetro della mia vita… qui avrei messo le chitarre, li quel mobile che le piaceva tanto, la il divano con la tv e lo stereo. Sul soppalco il letto con la cassettiera che aveva visto in Svezia…di sotto la cucina… ho fatto insomma quel che si dovrebbe fare quando si progetta una casa: sono partito dalla mia vita per contenerla in uno spazio reale chiamato Casa… quello che gli inglesi definiscono Home a differenza di House che è semplicemente un edificio.

Bene, questa la premessa. Nei prossimi post spiegherò per filo e per segno i primi contatti con la ditta che mi ha costruito casa, ma soprattutto con le persone che sono diventate parte di un progetto e con le quali mantengo ancora un bel rapporto di amicizia, fino ad arrivare al giorno, il 23 Dicembre 2008 in cui sono entrato, finalmente, in casa mia!

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