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20:31 Lunedì primo Luglio

Qualche volta mi domandano perché scrivo. Chi mi conosce bene lo sa: è semplicemente il bisogno di vedere ben ordinati in forma di parole i pensieri che mi si accalcano nella testa. A volte li voglio vedere come soldatini ad una parata militare, belli in fila che si muovono all’unisono, che marciano ordinati quasi a mettere ordine nelle mie emozioni. Altre volte vengono fuori un po’ come capita, molto più simili a come li penso. A quel punto anche le parole sono disordinate: le frasi non hanno ne capo ne cosa…

Ci sono chiamate che non vorremmo mai ricevere…

Eppure anche i pensieri disordinati battuti sulla tastiera servono a fare ordine. Pensarli con il ritmo delle dita sui tasti costringe i concetti ad incanalarsi secondo una loro priorità

Sono ormai più di 26 ore che non dormo e non è che abbia dormito molto neppure prima… Il caffè mi tiene sveglio ma mi lascia anche un senso di agitazione a cui non sono abituato. In più il caffè non mi piace…

Siamo divisi su varie navi… abbiamo dei feriti… due…tre… forse cinque…

Il temo passa e reagisci con lucidità, ma una parte rimane quasi imbambolata a guardare quel che accade come se accadesse a qualche altra persona. Arrivano decine di chiamate e informazioni contrastanti

Ci stiamo contando… 51 sono su una nave, 15 su un’altra… 37… no 36 sull’altra… 102… 102….102…

20:31 squilla il telefono: We must abandon… it’s leaning down to starboard…

Sirene che strillano come pazze di paura

102…102..102…… cosa c’è di sbagliato…..?

In quattro minuti ho chiamato quattro persone e sto correndo in ufficio…. unità di crisi già in funzione a pieno regime, navi ed elicotteri pronti a partire…

102…102….102… non cosa….CHI!

Ciao, siamo arrivati in porto.Guardo l’ora, la mezzanotte è passata da 2 minuti: è già domani…. Manca una persona all’appello, il mare se l’è presa…

Sono le 10 del mattino del 2 luglio….lo stanno ancora cercando ma le speranze sono da molto tempo ridotte a nulla… sto cercando di abituarmi all’idea di aver perso una persona sotto la mia responsabilità. Sono stanco, ma stranamente non ho sonno…sono solo stanco…

 

E’ una storia di fantasia…..davvero(?)

Comunque ora devo ripossare…


Arrivederci Dea

La Dea non ha avuto certo una vita semplice e forse per questo non era una persona facile. Nata nel ’23 nel Polesine, terra povera di pescatori e contadini. Cocciuti. Per generazioni avevano convissuto con il mare che voleva strappare loro la terra e come i loro antenati Veneziani avevano imparato a riprendersi quella terra palmo dopo palmo. Proprio per questo il Partito aveva deciso che quella gente poteva essere utile altrove e aveva preso le famiglie più povere e promesso loro un pezzo di terra in un’isola che molti non sapevano neppure dove fosse. Ma la terra ancora era palude e altra gente vi abitava. Non era importante, il partito voleva fondare una città per glorificare il leader e così partì, la Dea ancora bambina al seguito della famiglia per bonificare e coltivare un posto che ora si chiama Arborea in quell’isola meravigliosa che è la Sardegna.

Non è stato facile, ma questi Veneti e Friulani, cocciuti come i Sardi hanno bonificato la palude, strappato la terra al mare e coltivato… e proprio un friulano della stessa età della Dea entra nella sua vita. E la Dea diventa sposa a 18 anni e madre a 19, mentre il mondo brucia nella guerra… dopo due anni, nel ’44 sembra che la Sardegna verrà invasa e che quindi si debba fuggire. Fuggire, ma dove? A casa, nel Veneto a cucir le reti e a coltivare la barbabietola. Questo pensa la famiglia della Dea e si imbarcano sulla nave che li porterà a Genova e poi sul treno che non raggiungerà mai il Veneto. Sono braccianti, esperti nell’allevamento del bestiame e nella coltivazione della vite e quindi serviranno bene i possidenti dell’Oltrepò… e il treno si ferma, non hanno soldi per altre fermate, hanno solo la forza delle loro braccia.

Intanto la guerra mondiale per l’Italia diventa guerra civile, quasi un tutti contro tutti che troppi hanno trasformato in un’occasione per vedicarsi di torti veri o presunti. La Dea ha 22 anni ed un figlio di 3, è il ’45 e la guerra combattuta finisce, ma non finiscono le quotidiane battaglie che vedono i poveri lottare ogni giorno in un’Italia affamata dalla follia dell’Impero…

Ma lei ed il marito sono due testardi come muli e tirano avanti, tra una cascina e l’altra come braccianti, famei come si chiamavano da queste parti. Il sogno è una casa loro, un lavoro in fabbrica per avere più soldi da investire in un piccolo orto o una vigna… sogni piccoli, enormi!

La Dea sogna, e i suoi sogni ora si chiamano XXXX*, che nasce nel XX*. Anni diversi rispetto al decennio precedente. Quasi tutti sognano una vita migliore e il “boom economico” sembra li apposta per esaudire i desideri.

Dopo tanti sacrifici arriva anche la casa, piccola e senza orto, ma almeno è loro. Il marito lavora alla Snia a Pavia e il figlio maggiore trova impiego alla Necchi, sempre a Pavia. Sono gli anni ’60 e l’Italia è sempre in bilico tra PCI e DC, tra rivoluzione e golpe…

In quegli anni arriva anche il primo nipote e nove anni dopo la nipotina. Vicissitudini varie la costringono ad essere madre ancora, per loro. Ha fatto tutto quel che poteva, la Dea, per essere madre di quei due. Ci sono stati tanti sbagli e tante fesserie dette e mai realmente pensate, le nostre la Dea le perdonava in un momento anche se sembrava sempre burbera.

Gli anni ’80 passano assieme alle loro mode, arrivano gli anni ‘90 e nel ’92 la Dea diventa ancora nonna. Non riesce ad esprimere compiutamente il suo affetto per il nuovo nipotino, ma ne parla talmente tanto che si capisce bene quanto lo ama.

Con gli anni ’90 scivola via anche il secolo, quello in cui lei era stata giovane e che l’aveva vista attraversare anni difficili e momenti di gioia. Nasce un nuovo millennio e la Dea rimane a guardare dalla finestra della sua casetta un mondo che non capisce più.

I nipoti se ne vanno una in America prima e poi in Francia e l’altro in Africa. Lei però rimane, almeno per lui, il centro, il senso stesso della parola “CASA”.

La Dea è morta alle 5 del 27 Gennaio 2013 mentre sono lontano e non so neppure se potrò arrivare in tempo per salutarla…Quindi vorrei solo dire:

Arrivederci Dea, se hai avuto ragione tu dovrò chiedere un permesso per poter salire a trovarti in paradiso, se per caso avrò ragione io forse ci incontreremo ancora e saremo ancora bambini, tutti saremo bambini ancora e per sempre. Ti verrò a trovare in un posto che sicuramente assomiglierà al Polesine della tua infanzia, con gli uomini a cucir le reti e le donne a stendere le lenzuala bianche al sole del mattino.

Grazie di esserci stata, Nonna.

M

*P.S. Mi è stato chiesto di eliminare un nome ed una data dal post: detto, fatto….eliminati!


Back to the base

Purtroppo internet mi ha abbandonato e ora sto sfruttando il wifi all”aeroporto  giusto  per dire che gli ultimi du giorni li posterò da casa…per ora sono in attesa del volo che mi porterà a Canton

A dopo…


…As simple as that…

A phone rang on a Saturday like all the others. A voice on the other end of the line asked for a medical evacuation. No names, no details other than “he is weak and has not been off the bed during the last 48 hours”. The other end of the line is somewhere in the Atlantic Ocean, some 150 nautical miles offshore Angola, on board of a drilling rig under towing from South Africa, but above all at the other end of a line there is a frightened human being getting every day weaker that has been mulling over the pain in his right side for the last weeks. He felt that pain since few days before the departure from his home, but he decided to ignore it because his family depends from his job, the University for his daughter, the mortgage for the house, the new business for the older son.

The other end of the line is a man looking at a friend that cannot stand up from the bed, that has not been eating in the last few days and that is loosing weight at increasing pace. He feels the accountability for his friend and he is on the line calling for evacuation. He does not know who is on this side of the line, but his friend needs help and he will not give up until he receives the ok for the medevac.

On this side of the line someone picked the request as it was from his best friend, not from an unknown voice on a satellite line and ten persons worked together to have an helicopter flying on the sea to a distant point known only by its coordinates on a map, on the screen of the GPS.

The helicopter landed in the night and the ambulance was waiting on the tarmac of the airport. He was weak but he was smiling to the nurse that was tucking in the blanket on the stretcher.

His older son arrived three days later and the doctor in the hospital told him that the conditions was desperate. He wanted his father to be repatriated at the soonest and the special flight has been arranged overnight. On Thursday he was flying to his Country, hanging on a thin hope.

This is what I found in my mailbox this afternoon:

We just received the news that Mr. XXXX, after being repatriated Thursday night, had passed away this morning.Unfortunately the neoplasia and the complications following it made impossible any further intervention in Cairo. At least he died surrounded by his family

We did all that was in our power to make sure that a wife could see again her husband and that a father could see his daughter and son again. We did well, but all the persons involved in the operations feel sad now because of the sense of powerlessness…

We did our best to give him at least a chance to have beloved persons surrounding him to prevent him disappears like teardrops in the rain, as Roy said at the end of Blade Runner.

…As simple as that…

Questa è una storia reale e le persone coinvolte sono vere, così come la tristezza…


Non puoi vincere, non puoi pareggiare, non ti puoi neppure ritirare

Guarda la bottiglia di grappa, quasi vuota come del resto a quell’ora è quasi vuoto anche il bar, mentre il barista già da un po’ guarda lui da dietro il bancone per capire se si alzerà o se invece rimarrà per finire la bottiglia. E’ l’una e un quarto e ha passato le ultime tre ore a svuotare metodicamente un bicchierino dopo l’altro e a guardar duro chiunque osasse incrociare il suo sguardo. Quando un ragazzotto che pensava di sapere tutto di lui e dei suoi guai ha ridacchiato lo ha fulminato con un’occhiata che nemmeno Clint Eastwood avrebbe potuto produrre. Adesso si alza mormorando una maledizione e gli unici due rimasti nel bar assieme al barista lo squadrano per capire se riuscirà a reggersi in piedi o se invece si dovrà risedere sotto il peso della grappa. Per lui invece gli unici pesi sono i suoi guai, una foto e il ferro di una pistola che gli preme contro la gamba da dentro una tasca. Svuota l’ultimo bicchiere e lo lascia capovolto sul tavolo assieme ad alcune banconote. Guarda il barista che lo saluta e lo ricambia ringhiando una buonanotte; attraversata la porta del bar si trova di colpo dentro la notte. L’aria fresca gli entra nei polmoni e scaccia dalla testa l’intontimento provocato dalla grappa. Le stelle indifferenti rimangono sospese dentro il cielo nero mentre una falce sottile di luna fa capolino da dietro le colline. La città è silenziosa e il vicolo è pieno dell’odore del giorno prima, mentre i muri delle case restituiscono alla strada il calore del sole. Dalle finestre socchiuse filtrano le voci sommesse delle camere e lui rimane fermo nel vicolo a provare invidia per quella pace. Ripensa a quando anche lui  ne godeva e sputa la sua rabbia sulla strada. Calcia lontano un sasso e un gatto salta su un muretto di cinta facendo cadere il coperchio del bidone su cui stava appisolato. Da lontano un cane abbaia il suo fastidio per quel rumore improvviso mentre dalla finestra di Regina arrivano attutiti i sospiri del “re per quella notte”.

Al mondo ci sono regole alle quali non si può sfuggire, pensa. Infila la mano nella tasca e tocca il ferro della pistola che da un po’ gli pesa più nel cuore che nella tasca. A volte non puoi vincere, non puoi pareggiare e non ti puoi neppure ritirare…

Sono le quattro del mattino e le sue gambe lo stanno portando ovunque tranne che a casa sua. I bar della sua città sono tutti chiusi e non gli è rimasto nessun altro rifugio in cui nascondersi. Cammina lentamente e si lascia la città alle spalle mentre una foto gli brucia forte sul cuore. Adesso l’aria si è fatta più fredda e lui stringe la giacca per cercare di non tremare, anche se non è del tutto sicuro che sia per il freddo. Procede con la faccia rivolta verso la notte mentre dietro di lui a oriente il cielo comincia a cambiare colore. Arriva al ponte sul fiume: un posto vale l’altro per quello che ha in testa. Ormai si sente messo all’angolo dall’ineluttabilità della conclusione di quella vicenda. Poi quella vicenda per inciso sarebbe la sua vita, ma in quel momento gli pare solo un pessimo racconto. Guarda giù verso il fiume e ascolta il gracidare delle rane mentre la brezza fa frusciare le canne. A parte questo, il silenzio è totale e gli sembra di essere davvero solo. “Bene così”, pensa, “non voglio che qualcuno mi veda ora”. Infila la mano destra nella tasca interna della giacca e ne tira fuori una fotografia sbiadita dal tempo, come se a furia di guardarla i colori si fossero trasferiti nella sua testa. Ora i suoi occhi sono pieni di lacrime, ma non ha bisogno di loro per vedere il sorriso ampio della donna che da tanti anni lo guarda da quella foto. Erano su una spiaggia, lo ricorda bene ed erano ingenui e felici. Sembra passata una vita e invece sono passati solo tre anni. Dopo di lei non ha più trovato il coraggio di cercare un’altra donna. E’ certo che non potrà che essere infelice e tanta è la convinzione che ha passato gli ultimi tre anni nell’infelicità più cupa. Adesso si trova sul ponte sul fiume con la foto in una mano mentre nell’altra è apparsa la pistola. Continua a vedere quel sorriso, anche se non guarda più la fotografia. Lo vede nei ricordi di una vita che non c’è più. Anche quest’anno è andato a trovarla ma non ha avuto il coraggio di andarle vicino. Pensa ancora all’ultimo giorno, a quello che si sono detti, alla discussione che hanno avuto. A lei che si allontana a piedi sotto la pioggia. Al telefono che due ore dopo ha squillato. Sente ancora quella voce. Ora quel sorriso lo guarda dalla fotografia e lui sa che è lo stesso sorriso che vedrebbe se le andasse vicino, la dove si trovava adesso.

“deve venire subito” diceva quella volta una voce al telefono “sua moglie ha avuto un brutto incidente.”

Lei era morta quel pomeriggio e da allora lui non aveva avuto il coraggio di avvicinarsi alla sua tomba.

Regole cui non si può sfuggire. Ora guarda la pistola e pensa di non avere altra scelta se non fare quello che ha rimandato per tanto tempo. Dietro la pistola, il fiume ha smesso di essere una striscia nera nel buio della notte e comincia a colorarsi e a riflettere mille scintille. La sua attenzione si sposta per un attimo dal ferro gelato della pistola al calore che sente sulla schiena. Si volta e vede il sole che sta nascendo su un giorno nuovo di zecca. Adesso sente la notte alle sue spalle, la sente dissolversi dentro la luce del sole che sorge lentamente ma senza alcuna esitazione. Vede le colline colorarsi dei colori forti dell’inizio dell’estate e sente i suoni del nuovo giorno.

Si volta e guarda ancora la pistola e poi la fotografia. Si sente un tonfo e le rane smettono per un attimo di gracidare.

Ora sta guardando la pistola sparire nel fiume.

Adesso sa che deve andare a dire addio alla sua donna, che la deve lasciare andare.

Regole cui non si può sfuggire… ma le regole si possono cambiare.

 

Ovviamente si tratta di un raccontino di pura fantasia e ogni riferimento a persone o fatti reali è assolutamente casuale


Cronache dalla Pianura Padana, ovvero: le incazzature dello Zio Adri

Vi ricordate lo Zio Adri? Bene, ho ricevuto un’altra gustosa mail che ripubblico e vi propino giusto per fare un giretto tra le magagne della P/A… Non ho cambiato nulla ovviamente, quindi se vi sentite offesi dallo schietto linguaggio da pioniere vi consiglio di leggere novella 2000 invece delle righe che seguono.

Si ringrazia lo Zio Adri per quanto segue

Cronaca di uno scazzo di mezza estate

No …e’ pieno inverno. Fa un freddo becco, tanto che stamattina ho scoreggiato sulla banchina del treno e la mefitica emissione e’ gelata appena varcato lo sfintere ed ha assunto l’aspetto di cristalli di zucchero di canna.

Tanto per cambiare sono incazzato come una bestia. Sto seriamente pensando di diventare, a tutti gli effetti, lo statale dello stereotipo (cioe’ cazzone-fancazzista-scioperante-assenteista ecc ecc ecc); vedo certe cose che mi fanno sembrare il visconte cobram dalla parte dei lavoratori.

L’altro giorno , parlottando con una segretaria amministrativa, chiedo conferma di alcune voci sentite tempo fa, in occasione di un “corso” a cui devono assoggettarsi tutti i dipendenti….e qui ci va un po’ di rewind del nastro per spiegare cosa accadde.

Lo stato, per dimostrarsi interessato alla formazione del personale, con una delle solite leggiucchie all’italiana ha stabilito che le aziende pubbliche devono investire nella formazione del personale. Bene, diranno i miei piccoli lettori (questa e’ rubata): che c’e’ di male? Di male c’e’che essendo una legge “a pene di alano” _pare_ non specifichi altro che “i corsi s’hanno da fare. E si faranno”, senza entrare nel dettaglio di cosa dovranno insegnare. E cosi’ dal facchino all’elettricista passando dalla donne delle pulizie e dal tecnico informatico (in realta’ non e’ proprio cosi’, ma solo perche’ i servizi di facchinaggio, manutenzione elettrica/idraulica e pulizie sono appaltati) tutti insomma, seguiamo dei corsi la cui utilita’ e’ pari ad una lezione di cardiochirurgia per chi deve spalare polifosfati organici in cascina; ovvero, si organizzano dei corsi riguardanti le procedure nella pubblica amministrazione per formare anche il personale tecnico. Tali corsi, tenuti da docenti e ricercatori di facolta’ come giurisprudenza e scienze della formazione, partono dai regi decreti del 1859 e arrivano ai giorni nostri davanti ad una platea di forse una cinquantina di persone per volta (il motivo di questa scarsita’ sara’ piu’ chiaro in seguito) . Da notare che chi ha tenuto i corsi ha svolto essenzialmente il ruolo di mezzobusto, leggendo quattro balle in croce. Interessante il fatto che risulterebbe che “…bla bla bla  la p.a. e’ tenuta a fare economia e a limitare gli sprechi”. Sentento questa norma sacrosanta, li’ per li’ mi convinco che mi sono addormentato. Sto sognando un mondo migliore e spero solo di non russare come un bradipo col raffreddore…invece no. Cazzo sono sveglio. Ma come porca la  su mamma….proprio all’inizio, nella presentazione del corso ci hanno detto che….”il corso e’ sovvenzionato dallo stato bla bla bla….perche’ lo stato ha cura della preparazione dei suoi dipendenti bla bla bla….e quindi il corso e’ stato appaltato ad una societa’ esterna ….bla bla bla….e poi c’e’ quel ristorantino dove si mangia davvero bene….in riva al mare c’e’ un locale davvero bello…”. Insomma: c’e’ da fare economia e sperperate 40 mila euro per far scrivere 4 balle ad una azienda esterna????

Ma torniamo ai giorni nostri. Dicevo che stavo chiedendo informazioni ad un segretario amministrativo a proposito di alcune voci che mi erano sembrate assurde, e cioe’ che tali mezzibusti prendono un extra per ogni ora di lezione (ecco perche’ tali lezioni si svolgono al cospetto di pochissime persone).

Ricapitolando: se qualcuno del personale tecnico-amministrativo fa un secondo lavoro, rischia il licenziamento. Docenti e ricercatori invece possono fare un secondo lavoro, durante il normale orario di lavoro, per lo stesso datore di lavoro….e vengono pagati extra.

Per chiarire la situazione: un normale categoria C prende circa 1100 euro al mese, 36 ore alla settimana, straordinari in massima parte non pagati (per dare un’ordine di grandezza sono arrivato ad accumulare 110 ore di riposo compensativo e 55 giorni di ferie…in un anno solare); un ricercatore confermato prende 1800 euro al mese; un docente di prima fascia 3700, un ordinario non lo so….pero’ di piu’. Dimenticavo: ricercatori e docenti non hanno obbligo di timbratura e oltre allo stipendio hanno i fondi di ricerca che sono in buona parte un bonus sullo stipendio (una docente ha candidamente ammesso in mia presenza che si deve comprare un kindle perche’ altrimenti deve restituire dei soldi avanzati. Ma come dice l’altro: hai gia’ l’ipad. Si, ma e’ pesante e scomodo. Lo do a mio figlio e io mi prendo un ebook reader piu’ pratico).

Bene, la segretaria amministrativa mi conferma che e’ proprio cosi’. Ma aggiunge: vuoi incazzarti di piu’? Ovvio. Eccheccazzo, mi devo privare della gioia di bestemmiare un po’ per validi e comprovati motivi?

Bene, mi dice. Anche i segretari amministrativi hanno dei corsi di aggiornamento. Ovviamente, trattando anche di bilanci ecc devono essere sempre al corrente delle variazioni legislative ecc ecc ecc. Tali corsi si svolgono 2 volte l’anno, tipicamente in gennaio e giugno.

Ora, lavoro una piccola cittadina da un paio di milioni di abitanti, con Dio solo sa quanti enti pubblici. Immagino che tali corsi si svolgano in un grosso salone affittato alla bisogna dove qualche tecnico racconti la rava e la fava delle novita’ legislative  (immagino che so… un cinema, un teatro, l’aula magna di una universita’…)

Si…si svolgono in effetti in un grosso salone, ma perche’ mai a Milano? In gennaio si va al sestriere e in estate in sardegna, o a pugno chiuso. Vuoi mettere?

Altra cosuccia molto simpatica: tutti gli anni vengono effettuati dei bandi per reclutare bassa manovalanza per lavori noioso-ripetitivo-rincoglionenti come riempire tabelle, preparare mailing list, sistemare archivi ecc. Tali lavori hanno durata di 150 ore e sono solitamente accaparrati (giustamente, per certi versi) da studenti economicamente svantaggiati. Il “per certi versi” e’ perche’ se fra 2 poveracci si scegliesse il migliore, sarebbe cosa buona e giusta. In effetti invece  il reddito e’ il solo metro di valutazione. Uno puo’ essere una capra e non parlare una parola di italiano e tanto basta. E vabbe’….c’e’ di peggio:

i dipendenti, hanno diritto di precedenza su chiunque ma:

1)      Serve l’autorizzazione del proprio capo struttura (e fin qui….ci puo’ anche  stare)

2)      Tale collaborazione puo’ essere svolta solo fuori dalle ore di lavoro. Ora, fino a prova contraria siamo tutti maggiorenni. Non siamo tenuti a chiedere il permesso a nessuno (mamma, papa’, fidanzata/o, moglie/marito, animale domestico ecc) se stiamo fuori anche tutta la notte e rientriamo la mattina  dopo una notte a troie e sbronzi come spugne (con creste di gallo e una pessima opinione del genere femminile. Cit). Fuori dall’orario di lavoro il capo struttura (che nel mio caso e’ comunque una brava persona) torna ad essere un emerito sconosciuto. Che cazzo gli frega di cosa faccio fuori dalle ore di lavoro, quando non e’ piu’  il mio capo?….cazzo, mi viene in mente ora che domani sera andro’ a farmi un paio di birre e non gli ho chiesto il permesso. Poi lo senti la mattina dopo che sgridata!….MA PORC#@]….

3)      Ultimo, ma non ultimo, perche’ e’ qui che veramente il legislatore ha dato il meglio di se’, il dipendente, non potendo fare un secondo lavoro, deve svolgere tale attivita’ senza beccare una lira.

Ora, come hanno detto esimie teste di….ehm….ministri, appartengo alla schiera dei bamboccioni e, ultimamente degli sfigati. Bene. Detto da gente che sfigura di fronte ad uno stronzo di suino seccato al sole la cosa mi lascia del tutto indifferente.

Saro’ anche bambiccione e sfigato, ma pirla proprio no. E gratis, per delle teste di ….ehm….quello che e’, non ci lavoro.

Pero’…un desiderio ce l’avrei. Vorrei vedere quel deficiente conclamato che ha cagato una norma simile, perche’ davvero mi domando chi possa aver partorito una pirlata cosi’ enorme: chiedere il permesso, per fare qualcosa fuori dall’orario di lavoro e per di piu’ gratis.

Come si dice da queste parti, rob de ciod. Ho davvero finito gli epiteti per etichettare questi tangheri che ci governano. Prima ci insultano e poi ci prendono per il culo.

Poi si lamentano degli statali. Per carita’ ce ne saranno tanti criticabilissimi (e ne vedo parecchi), ma onestamente non riesco piu’ a dargli interamente torto; tanto di meritocrazia non se ne parla: non c’e’ un metodo oggettivo per valutare l’impegno o il fancazzismo, quindi siamo tutti uguali di fronte alla busta paga, anzi chi si impegna e’ menuo uguale degli altri: ho appena ricevuto una mail che suona un po’ come una ingiunzione: devo consumare le ore di riposo oltre le 50 entro marzo. Devo finire le ferie residue dell’anno scorso entro il 30 giugno; devo usare almeno meta’ delle ferie dell’anno entro dicembre e il piano ferie deve essere comunicato entro marzo pena il divieto di usare il riposo compensativo a giornata intera, e la messa alla gogna ed  esposto al pubblico ludibrio reo di essere un lavoratore indefesso.

Ma dimmi te se vale la pena sbattersi tanto.

 

 

Zio


Persone invisibili

Aveva freddo.  La notte prima aveva nevicato e il comune aveva aperto le sale d’attesa della Stazione Centrale per permettere a quelli come lui di dormire al coperto. Quelli come lui erano quelli invisibili, quelli che te li ricordi solo quando una banda di balordi li pesta per ammazzare la noia o quando qualche nuova formazione “politica” rivendica il diritto di spazzare via i “parassiti” della società. Guarda caso i parassiti non sono mai i politici da ventimila euro al mese o i mafiosi che gravano il paese con 500 miliardi di euro all’anno di fatturato illegale e corruzione. I parassiti sono i poveri cristi che non hanno nulla e che chiedono solo che non si tolga loro la dignità. Non hanno più un lavoro in un Paese che conta oltre l’otto per cento di disoccupati, spesso non hanno una famiglia che li possa aiutare o perchè non c’è più nessuno che si ricordi di loro o perchè chi è rimasto galleggia appena tra i debiti e le spese quotidiane e un’altra bocca proprio non riuscirebbero a sfamarla.

Lui non era sempre stato un invisibile, ma era stato un membro produttivo della società, per usare  una definizione che piaceva molto ad una certa frangia di politici che prendeva sempre più piede sfruttando la paura e l’ignoranza della gente. Anche lui una volta definiva i poveri “gli straccioni che vivevano agli angoli delle strade”, chiudendosi nel suo bozzolo di insicurezze e di pregiudizi. Aveva un lavoro e uno stipendio, aveva una donna ed un figlio, ma un giorno tutto cambio’. Qualcuno aveva deciso che le aziende erano più importanti degli individui che le componevano e che questi erano sacrificabili sull’altare della crescita economica. Aveva perso il lavoro ed alla sua età era troppo lontano dalla pensione e troppo vecchio per l’apprendistato. Era diventato di colpo uno straccione… La famiglia si disgrego’ lentamente e sua moglie torno’ col figlio piccolo al paese coi suoi genitori mentre lui sopravviveva facendo lavori saltuari come manovale. Un giorno si ferì al lavoro e il capoturno lo porto’ al pronto soccorso intimandogli di non dire dove si era ferito. La mano destra era rotta e non avrebbe potuto lavorare per almeno 5 settimane. Il padrone del monolocale lercio in cui viveva non la prese bene e lo invito’ senza troppi riguardi a lasciare libero il locale: una famiglia di irregolari cinesi lo avrebbe pagato quasi il triplo per il medesimo appartamento. Si ricorda ancora il sorriso del bastardo quando si era ripreso le chiavi. “E’ il mercato, vecchio” gli aveva detto. Vecchio… aveva quarantasei anni ed era vecchio. Da allora aveva dormito in una baracca di cartone e lamiera nel parco ed era sopravvissuto di elemosina. Col freddo era stato costretto a spostarsi verso la Stazione Centrale per poter passare almeno qualche ora al riparo nelle sale d’attesa. Adesso giaceva a terra a quattro gradi sotto zero avvolto in una coperta che un’associazione gli aveva dato la sera prima. Per qualche motivo era stato cacciato fuori dalle sale d’attesa da un gruppo di invasati che gli urlavano che era un parassita e che non aveva il diritto di occupare quello spazio. La polizia aveva assistito senza intervenire ed ora erano tutti fuori, si erano dispersi nella città cercando di ritornare invisibili. Ma per quanto invisibile il freddo lo aveva trovato ed ora stava mordendo le sue mani nude e il suo viso.

Erano le due di notte quando aveva smesso di tremare, non sentiva più le gambe e il sonno era diventato insopportabile. Non aveva una sola ragione al mondo per rimanere sveglio e allora chiuse gli occhi. E si addormentò

Quando riaprì gli occhi, non aveva più freddo. La notte era passata. Si guardo’ alle spalle e vide gli infermieri che si affannavano attorno ad un mucchio di stracci. Guardo’ meglio tra le persone che stavano chine e vide il corpo. Lo guardo’ con una strana sensazione, come di nostalgia. Guardo’ la gente attorno, le persone che si erano fermate davanti all’androne del palazzo in via Scarlatti, a pochi passi dalla Stazione Centrale avevano espressioni tristi, ma non mancavano quelle infastidite per tutto quel trambusto proprio davanti al loro cancello. In fondo loro avevano da fare, era la vigilia di Natale e dovevano affrettarsi a fare il loro dovere di consumatori.

Tutto comicio’ a sparire davvero. I primi a svanire furono proprio quelli che si erano infastiditi perchè aveva avuto l’indelicatezza di morire proprio li, poi sparirono tutti gli altri assieme alla città e per ultimo il suo cadavere. Rimase solo lui. Dopo un po’ decise che doveva camminare, altrimenti sarebbe sparito anche lui. Iniziò a muoversi verso la linea che congiunge il cielo alla terra. Non sapeva dove sarebbe arrivato, ma sapeva che sarebbe valsa la pena fare il viaggio.

 


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